Paris nous appartient - Jacques Rivette

Paris nous appartient - Jacques Rivette - 1961 - 141'

Il misconosciuto esordio nel lungometraggio di Rivette è un film chiuso, avvolto nelle proprie ossessioni, dimenticato perché lontano dalle ossessioni collettive tanto è perso nelle proprie. Ed è davvero un film che si è perso, che tratta Parigi, la cosa più interessante del film, come una mappa e non ancora come una città già scoperta. Su internet, in italiano, non c'è praticamente nulla sul film. Qualcosa in più si trova su Rivette, ma parliamo sempre di notizie molto scarne, per niente approfondite, in definitiva del tutto inutili.
Direttamente dall'adolescenza arriva l'enciclopedia treccani, in versione elettronica ma sempre treccani.


Dicevo, non c'è nulla su Rivette, non c'è nulla sul suo primo film, che pure sarebbe dovuto essere l'esordio nel lungometraggio del gruppo dei Cahiers, non ancora Nouvelle Vague. Nel '56 Rivette ha già girato Le coup du berger, primo del gruppo a mettersi dietro la macchina e aiutato da tutti gli altri. Insomma, si sarebbe detto il regista più probabile del gruppo. Nel '58 comincia a girare Paris nous appartient, ma non si riesce a finire il film prima del 1961. Quello che doveva essere il film manifesto di una nuova idea di pensare il cinema, arriva in ritardo di qualche anno. Trova i manifesti già filmati, applauditi e strappati. Sono già usciti I quattrocento colpi, Fino all'ultimo respiro, Hiroshima mon amour, tanto per dire. L'idea di cinema ha preso altre strade, vicine a quella di Rivette, ma sufficientemente distanti da renderlo alieno sia al vecchio pubblico del cinema pre Nouvelle Vague, sia al pubblico che ama Truffaut, Chabrol, Godard...
Questo spiega probabilmente in parte la rimozione di questo film dalla memoria collettiva. Le altre ragioni vanno però cercate nella natura del film.


Paris nous appartient è datatissimo, sembra di quei film sperimentali girati apposta per dare degli argomenti agli anti-cinefili. In tutta onestà; sembra non finire mai. Detto questo, alcune delle intenzioni sarebbero anche buone; Rivette cerca di filmare la vita così come accade e tutto quello che gli interessa davvero sono i rapporti tra le persone. Ma tutto è troppo suggerito lontanamente; se l'oggetto di questo film sono i rapporti umani, sembra di non vederli mai. Poi l'idea della cornice teatrale, l'idea che il teatro sia la metafora della vita è nata morta e non se ne può più. Lo spunto politico è talmente labile, stiracchiato e letterario da diventare fastidioso. Anche la tecnica in alcuni passaggi è approssimativa, non tutti gli attori sono propriamente in parte, e spesso i dialoghi sono interminabili. Resta Parigi, raramente filmata così bene, quasi irriconoscibile tanto è lontana dallo stereotipo che uno spettatore può avere di Parigi. Per Parigi vale la pena vedere il film. Parigi in questo film è psicogeografica, è l'unico personaggio del film davvero riuscito ed è il vero fulcro di tutte le due ore e passa di film.


Rivette dopo questo esordio non ha girato moltissimo, anche se nemmeno tanto poco a dire il vero, e ha continuato a studiare e filmare i rapporti umani, a usare cornici e metafore teatrali, a fare film sempre più lunghi. Nonostante difficilmente rivedrò Paris nous appartient, questo rigore fa venire voglia di approfondire il resto della filmografia, che non fa che riesaminare e riesaminare ancora i rapporti tra gli uomini e tra gli attori e un regista; il rapporto tra realtà e fantasia ossessiva e soprattutto tra Rivette e tutto questo. Esattamente come in questo film, che non si può definire intimista, né esistenzialista, come pure ho pensato vedendolo e come mi è stato suggerito dalla sempre acuta KGgB; piuttosto è un film privato, personale nella misura più estrema possibile.


Commenti

Post più popolari